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L'anatocismo bancario: evoluzione normativa e giurisprudenziale

pubblicato 20 mar 2014, 10:12 da Antonia Genovese   [ aggiornato in data 20 mar 2014, 11:54 ]
Il termine anatocismo deriva dalla lingua greca e per l'esattezza dai termini anà (che sta per "di nuovo") e tokòs  (che sta per "interesse") e, dunque, con tale espressione si intende indicare quella pratica bancaria tramite la quale gli interessi maturati su una determinata somma (c.d. "sorte capitale") producono a loro volta interessi congiuntamente alla sorte capitale stessa.

In ambito bancario tali interessi vengono definiti "composti" e la loro applicazione, come è evidente può comportare esborsi particolarmente onerosi per i correntisti in quanto, come detto gli interessi (soprattutto quelli passivi) nel tempo continuano ad essere conteggiati non soltanto sulla sorte capitale, ma sulla sorte capitale periodicamente aumentata degli interessi medio tempore maturati.

Per tale motivo la capitalizzazione "semplice" ed ossia quella in cui gli interessi non sono produttivi di altri interessi si distingue da quella "composta" con la quale, come detto, le somme dovute agli istituti di credito aumentano in maniera esponenziale.

Per inquadrare giuridicamente la questione e comprendere se tale pratica sia o meno legittima è necessario fare riferimento agli articoli del Codice Civile in materia di interessi ed in particolare agli articoli 1282 e seguenti che disciplinano appunto la materia.

Effettivamente il termine "anatocismo" è espressamente contemplato dall'art. 1283 del Codice Civile che recita: "In mancanza di usi contrari, gli interessi scaduti possono produrre interessi solo dal giorno della domanda giudiziale o per effetto di convenzione posteriore alla loro scadenza, e sempre che si tratti di interessi dovuti almeno per sei mesi."

In linea di principio, dunque, il Codice Civile vieta un regime di capitalizzazione composta degli interessi ed ossia il pagamento degli interessi su interessi di periodi precedenti, salvo "usi contrari" ovvero in presenza di domanda giudiziale, convenzione che sia stipulata dopo la loro scadenza e sempre che si tratti di interessi dovuti almeno per sei mesi.

Tale norma si inserisce, nel più ampio contesto della disciplina legislativa dettata in materia di interessi regolamentata dagli articoli sopra citati (1282 e seguenti del Codice Civle) che è stata oggetto di numerose pronunce giurisprudenziali e frequenti interventi normativi.

Prima di entrare nello specifico della questione, in via preliminare è necessario ricordare che qualsiasi obbligazione pecuniaria comporta il maturare di interessi, ma gli stessi, così come stabilito dall'art. 1284 del Codice Civile devono, se superiori al tasso legale, essere espressamente pattuiti.

Recita, infatti, il comma 3 della norma appena richiamata: "gli interessi superiori alla misura legale devono essere determinati per iscritto; altrimenti sono dovuti nella misura legale".

Come è noto nessun istituto di credito concede prestiti o linee di credito al tasso legale, bensì, a seconda dei casi e delle tipologie di contratti bancari, a tassi di interesse che di norma sono sempre pattuiti al momento della sottoscrizione del relativo contratto (es: prestito ovvero conto corrente bancario con linee di fido che consentono, cioè al correntista di operare fino ad un determinato limite anche in assenza di liquidità).

Naturalmente nei rapporti in esame (conti corrente) esistono sia interessi passivi (ed ossia quelli dovuti sulla restituzione di somme da parte del correntista) che interessi attivi  ed ossia quelli dovuti dalla Banca al correntista per i rapporti con saldo attivo.

Nel tempo, però, le modalità di calcolo di tali interessi sono profondamente cambiate e sono stati utilizzati dai vari istituti di credito sistemi alquanto discutibili, spesso considerati illegittimi dalla giurisprudenza di numerosi tribunali.

In particolare molti istituti di credito, per svariati anni, hanno conteggiato gli interessi a debito del correntista con frequenza trimestrale, mentre gli interessi a credito sono stati contabilizzati con cadenza annuale.

E' evidente come una simile pratica abbia provocato un notevole squilibrio tra le obbligazioni delle parti (Banca e correntista), atteso che, come detto, mentre gli interessi attivi venivano calcolati una volta sola durante l'anno, quelli passivi maturavano ogni tre mesi e sugli stessi, per ogni trimestre successivo, maturavano ulteriori interessi.

Inizialmente tale comportamento veniva considerato legittimo anche dalla giurisprudenza, almeno fino all'emanazione del Decreto Legislativo n. 342/1999,  che, con l'art. 25, introduceva un nuovo comma all'art. 120 del D. Lgs. n. 385/1993 (Testo Unico Bancario c.d. TUB), prevedendo la possibilità di definire tramite un'apposita delibera del CICR (Comitato Interministeriale per il Credito e Risparmio), le modalità ed i criteri di calcolo degli interessi sugli interessi e che  la medesima periodicità fosse rispettata sia nel conteggio dei saldi passivi che di quelli attivi.

A seguito di tanto il 9 febbraio 2000 veniva emanata apposita delibera CICR che espressamente fissava tale obbligatorietà per tutti gli istituti di credito.

A dire il vero, il decreto legislativo n. 342/1999,  con una norma transitoria aveva però, stabilito una sorta di sanatoria  per tutti i contratti stipulati prima dell'entrata in vigore della norma in questione dichiarando legittime tutte le clausole di capitalizzazione trimestrale. 

Tale norma veniva, però, dichiarata illegittima per violazione dell'art. 77 della Costituzione con una nota sentenza della Corte Costituzionale del 17 ottobre 2000 n. 425 e, dunque, il principio andava applicato anche per i rapporti sorti prima dell'intervento normativo sopra citato.

Come è immaginabile, a partire da tale data, iniziava a svilupparsi un notevole contenzioso tra correntisti e banche dal quale scaturiva un orientamento giurisprudenziale tendenzialmente contrario agli istituti di credito.

Tale orientamento veniva definitivamente sancito dalla sentenza n. 21095/2004 delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione con la quale si affermava l'illegittimità, anche per i contratti stipulati prima dell'entrata in vigore delle norme citate, degli addebiti bancari per anatocismo poichè le clausole di capitalizzazione trimestrale degli interessi debitori precedenti al 1999 non erano conformi ad un uso normativo, ma semplicemente negoziale e quindi in contrasto con il principio inderogabile contenuto nell'art. 1283.

In sostanza la sentenza affermava che le clausole anatocistiche inserite nei contratti  venivano accettate dai correntisti non perchè effettivamente negoziate o corrispondenti ad un uso effettivamente normativo conosciuto, ma perché di fatto, in mancanza di tale accettazione, per i clienti non era possibile accedere ai servizi bancari.

Ad aggravare tale situazione va aggiunto che gli istituti di credito, nel corso degli anni, avevano effettuato una pratica di capitalizzazione non solo degli interessi sugli interessi (come sopra indicato), ma anche delle spese e delle c.d. commissioni di massimo scoperto normalmente applicate sui conti.

La c.d. "commissione di massimo scoperto" è stata storicamente introdotta nell'ordinamento italiano, al fine di giustificare il rischio assunto dalla banca sulla somma massima di "scoperto" utilizzabile in un determinato periodo dal correntista che dispone di un affidamento e, cioè della possibilità di utilizzare il conto stesso  in un determinato periodo (sebbene entro un limite di spesa definito) anche in assenza di liquidità. 

La materia è stata disciplinata dal decreto legge 29 novembre 2008 n. 185 convertito in legge 28 gennaio 2009 n. 2 il quale ha stabilito che la commissione di massimo scoperto è valida solo in relazione a sconfinamenti assistiti da fido e di durata superiore a 30 giorni.

Con nota del 29 dicembre 2009, l'Autorità garante della concorrenza e del mercato ha poi censurato la disciplina, ritenendo «che sia per gli affidamenti che per gli scoperti transitori di conto corrente, successivamente all’entrata in vigore dell’articolo 2-bis, comma 1, del D.L. n. 185 del 2008, convertito con modificazioni in legge n. 2 del 2009, si è verificato un innalzamento dei costi per i correntisti».

La giurisprudenza formatasi in materia, soprattutto con riferimento alle operazioni poste in essere dopo l'entrata in vigore della legge n. 2/2009 ha tendenzialmente ritenuto illegittima l'applicazione di tali commissioni, sostenendo che  le clausole presenti nei contratti bancari, si limitano genericamente ad indicare la percentuale di commissione di massimo scoperto applicata al conto, senza specificare su quali importi e per quali periodi venga applicata e pertanto le stesse sono nulle ai sensi dell’art. 1346 c.c., in per indeterminatezza dell’oggetto.

Ciò premesso si pone il problema di comprendere quali rimedi sono concessi al correntista per ottenere il ricalcolo degli interessi e delle spese illegittimamente applicate al proprio contratto, nonchè le modalità ed i termini di legge entro cui agire al fine di evitare prescrizioni o decadenze.

Sul punto va detto che unico rimedio possibile è quello di agire giudiziariamente onde far eseguire, in sede contenziosa, un ricalcolo del saldo del conto corrente e ottenere così una sentenza che possa rideterminare il rapporto dare/avere con il proprio istituto di credito.

Quanto alle modalità per effettuare tale ricalcolo, in realtà, non esiste una metodologia normativamente prevista, ma è possibile fare riferimento ai principi elaborati in via maggioritaria, dalla giurisprudenza che tendenzialmente ha affermato la necessità di applicare in luogo della capitalizzazione trimestrale la capitalizzazione semplice (che non prevede alcuna capitalizzazione) o, più raramente, la capitalizzazione annuale.

In assenza di una valida pattuizione e se il rapporto è antecedente all'1.01.1994 (data di entrata in vigore del Testo Unico Bancario) la giurisprudenza ha affermato che il tasso di interesse da applicare non è quello convenzionale (cioè quello previsto dal contratto), bensì  quello legale, ovvero quello previsto dall'art. 117 TUB (rendimento medio dei BOT).

Va inoltre precisato che, secondo la giurisprudenza una pattuizione  è valida soltanto in presenza di un accordo scritto sottoscritto da entrambe le parti e, dunque, non è sufficiente la semplice comunicazione del tasso applicato.

Quanto ai termini entro cui agire per ottenere il ricalcolo delle somme eventualmente percepite in maniera indebita dalla banca vanno effettuate alcune importanti precisazioni.

Dopo diverse pronunce di segno contrario, nel mese di febbraio del 2011 la Suprema Corte di Cassazione a Sezioni Unite con la sentenza n. 24418 del 2 dicembre 2010 ha sancito in via definitiva il principio secondo cui il diritto alla restituzione di tutti gli indebiti rilevabili sui conti correnti bancari (dall’Anatocismo, agli interessi Ultralegali, alle Commissioni di massimo scoperto illegittime, ecc..) si prescrive nel termine di dieci anni dalla chiusura del conto corrente e non dal momento in cui l'operazione è stata eseguita.

Al fine di "aggirare" tale principio il legislatore è intervenuto con il c.d. "decreto milleproroghe" (decreto-legge 29 dicembre 2010, n. 225, recante “Proroga di termini previsti da disposizioni legislative e di interventi urgenti in materia tributaria e di sostegno alle imprese e alle famiglie”), convertito nella legge del 26 febbraio 2011, n. 10,  con il quale è stato introdotto il comma 61 che, all’art. 2, recita: " la prescrizione relativa ai diritti nascenti dall’annotazione in conto inizia a decorrere dal giorno dell’annotazione stessa. In ogni caso non si fa luogo alla restituzione d’importi già versati alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto” facendo così retroagire il termine di decorrenza della prescrizione, non già alla chiusura del conto, bensì all'annotazione della singola operazione.

Sul punto si  espressa ancora una volta la Corte Costituzionale (sentenza n. 78 del 5 aprile 2012) la quale ha affermato come l’efficacia retroattiva sopra descritta fosse lesiva del principio della ragionevolezza delle norme di cui all’art. 3 Cost. e come, in materia di decorrenza del termine di prescrizione relativo alle operazioni bancarie regolate in conto corrente, si fosse già formato un orientamento maggioritario della giurisprudenza, che individuava nella chiusura del rapporto contrattuale il decorso del suddetto termine. 

Per tali motivi veniva dichiarata l'illegittimità della norma e, dunque, confermato il principio già espresso di decorrenza del termine della prescrizione a far data dal momento di chiusura del rapporto di conto corrente.

Per completare l'excursus normativo in materia va ricordato che, da ultimo, è stata emanata la legge di stabilità 2014 (l. n. 147 del 27.12.2013) che, al comma 629 ha introdotto alcune importanti modifiche-

Dal 1° gennaio 2014 è stato, infatti, sostituito il vecchio testo dell’art. 120, comma 2, del TUB che recitava: “2. Il CICR stabilisce modalità e criteri per la produzione di interessi sugli interessi maturati nelle operazioni poste in essere nell’esercizio dell’attività bancaria, prevedendo in ogni caso che nelle operazioni in conto corrente sia assicurata nei confronti della clientela la stessa periodicità nel conteggio degli interessi sia debitori sia creditori” con la seguente previsione normativa:

«2. Il CICR stabilisce modalità e criteri per la produzione di interessi nelle operazioni poste in essere nell'esercizio dell'attività bancaria, prevedendo in ogni caso che:
a) nelle operazioni in conto corrente sia assicurata, nei confronti della clientela, la stessa periodicità nel conteggio degli interessi sia debitori sia creditori;
b) gli interessi periodicamente capitalizzati (contabilizzati) non possano produrre interessi ulteriori che, nelle successive operazioni di capitalizzazione, sono calcolati esclusivamente sulla sorte capitale”.


Sebbene, sul punto non si sia ancora sviluppata giurisprudenza occorre osservare che, da un lato, così come indicato nella lettera a) viene evidenziata la validità del principio della parità di conteggio nella produzione degli interessi (tra attivi e passivi) e, dall'altro, a differenza della versione precedente, non si parla più di “produzione di interessi sugli interessi maturati nelle operazioni poste in essere nell’esercizio dell’attività bancaria”, ma soltanto di “produzione di interessi nelle operazioni poste in essere nell'esercizio dell'attività bancaria”.

La nuova norma, dunque, a differenza del passato, non conferisce al CICR il potere di definire modalità e criteri per la produzione degli "interessi sugli interessi" nelle operazioni in conto corrente garantendo la coincidenza temporale, nel computo di questi, in tutte le operazioni, ma garantisce unicamente la coincidenza temporale (es: mensile, trimestrale o annuale) della liquidazione degli interessi di tutte le operazioni di dare e avere senza alcuna capitalizzazione.

La lettera b), invece, confermando quanto già previsto dalla lettera a), elimina l'anatocismo degli interessi liquidati o, meglio, contabilizzati. In sostanza quando vengono contabilizzati gli interessi (alla cadenza stabilita) questi non si cumulano (come in passato) con la sorte capitale, ma vengono contabilizzati a parte, non dando luogo ad alcuna capitalizzazione.

Naturalmente il saldo del conto sarà sempre rappresentato dal risultato della somma del capitale con il monte interessi (attivi e passivi).

E' evidente che, sebbene la ratio della norma sia quella di tutelare effettivamente i correntisti evitando il maturare di oneri estremamente elevati come già avvenuto in passato, c'è comunque da dire che, nell'attuale formulazione ed in assenza di specifico riferimento agli "interessi sugli interessi" (come in passato) potrebbe lasciare adito a scorrette ed illegittime applicazioni da parte degli istituti di credito.

Alla luce di quanto evidenziato è, infine, necessario anche chiedersi che trattamento subiranno le spese e le commissioni varie che come sopra descritto vengono normalmente applicate sui conti e cioè se le stesse continueranno ad essere capitalizzate insieme alla sorte capitale ovvero se si sommeranno al c.d. "monte interessi".

Sul punto va ricordato che la giurisprudenza, negli anni, ha sempre considerato illegittima la capitalizzazione di voci come le commissioni e le spese e, dunque, anche oggi tale principio dovrebbe continuare ad essere applicato in maniera alquanto pacifica.

Concludendo possiamo comunque affermare che, nel corso degli anni, la giurisprudenza ha progressivamente sviluppato una linea di tendenza particolarmente favorevole ai correntisti sanzionando l'inesatta applicazione delle modalità di calcolo degli interessi sviluppate dagli istituti di credito, anche perchè non di rado (così come sopra evidenziato) il legislatore ha creato lungo tale percorso numerosi ostacoli, quasi sempre poi rimossi dalle pronunce di illegittimità della Corte Costituzionale.

Per tali motivi il fenomeno dell'anatocismo, sebbene, da un lato per i rapporti bancari di recente apertura possa considerarsi, di fatto, ormai rimosso, dall'altro, soprattutto per i rapporti più risalenti (e ancora in essere) potrebbe continuare a costituire un problema rendendo necessario un apposito accertamento giudiziale al fine di accertare l'illegittimità delle operazioni di calcolo già poste in essere in passato.