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Controversie con le compagnie telefoniche: facciamo il punto della situazione

pubblicato 29 nov 2012, 08:42 da Emilio Curci
In un momento, come quello attuale, in cui gli strumenti di telecomunicazione sono ormai diventati parte integrante della nostra vita, è sempre più frequente la possibilità di imbattersi in problemi legati alla fornitura del relativo servizio da parte dei vari fornitori presenti sul mercato, sia di telefonia fissa che mobile.

Proviamo, pertanto, a fare un punto complessivo della situazione per comprendere di quali strumenti può disporre il consumatore per difendersi da eventuali inadempimenti o irregolarità di cui si renda responsabile l'erogatore dei servizi telefonici (es: mancata attivazione o irregolare fornitura del servizio, richiesta illegittima di pagamenti, ecc..).

E' bene subito dire che, prima di attivare qualsiasi iniziativa di carattere giudiziale per far valere i propri diritti che ritiene siano stati violati, l'utente/consumatore, deve necessariamente espletare un tentativo di conciliazione.

E' quanto previsto dalla legge n. 249 del 31.07.1997 che ha istituito l'AGCOM (Autorità garante per le comunicazioni) e dal Dlgs 259/2003 (Codice delle Comunicazioni Elettroniche) nonchè dalla Delibera n. 173/07 dell'Agcom con la quale è stato approvato un apposito regolamento per la risoluzione delle controversie telefoniche che, in 23 articoli, definisce la procedura da seguire.

Secondo l'articolo 3 del Regolamento, infatti, l'utente che vuole adire l'autorità giudiziaria potrà farlo soltanto dopo aver effettuato un tentativo di conciliazione  di fronte a un organo terzo competente per territorio, per la cui corretta individuazione si rimanda al seguito della lettura del presente contributo.

Segnaliamo, in ogni caso, l'esistenza di un filone giurisprudenziale secondo cui il ricorso alla procedura di conciliazione non costituisca una condizione di procedibilità per accedere all'azione giudiziaria, ma ne rappresenti una mera alternativa.

Tra queste ricordiamo Giudice di Pace di Bologna, Sezione 3, sentenza 18 gennaio 2008, n. 424 che ha affermato: 

In tema di controversie relative a rapporti contrattuali intercorrenti tra utenti consumatori e compagnie telefoniche, l'obbligatorietà del tentativo di conciliazione ai sensi della delibera 182/02/ CONS, dell'Autorità di Garanzia delle comunicazioni istituita con la Legge n. 249 del 31 luglio 1997, non può in ogni caso sostituirsi alla procedura ordinaria o costituirne presupposto processuale, ma va inquadrata come mera alternativa alla medesima procedura la cui scelta rimane a discrezione dell'utente.

L'art. 2 definisce, invece, l'ambito applicativo della normativa chiarendo che si applica alle “controversie in materia di comunicazioni elettroniche tra utenti finali ed operatori, inerenti al mancato rispetto delle disposizioni relative al servizio universale ed ai diritti degli utenti finali stabilite dalle norme legislative, dalle delibere dell’Autorità, dalle condizioni contrattuali e dalle carte dei servizi” (art. 2, comma 1); sono invece escluse “le controversie attinenti esclusivamente al recupero di crediti relativi alle prestazioni effettuate, qualora l’inadempimento non sia dipeso da contestazioni relative alle prestazioni medesime” (art. 2, comma 2).

Sotto tale profilo, dunque, è opportuno effettuare subito un chiarimento ed ossia che non tutte le tipologie di controversie devono passare per il tentativo obbligatorio di conciliazione, ma unicamente quelle che siano conseguenza di disservizi o contestazioni legate alle prestazione, mentre quelle che riguardino la semplice contestazione di un credito (es: bollette non pagate) e che non siano riconducibili all'inesatta erogazione di prestazioni da parte del fornitore saranno esentate da tale obbligo.

Resta, naturalmente ferma la possibilità di introdurre la procedura di conciliazione, anche nei casi in cui la stessa non sia considerata obbligatoria per legge, quale condizione di procedibilità dell'azione giudiziaria.

Ciò premesso è, dunque, importante comprendere a chi debba essere rivolta la domanda di conciliazione.

Dalla lettura della normativa sopra indicata sembrerebbe esservi una competenza esclusiva da parte del Co.re.com (Comitato Regionale per le comunicazioni.

Secondo l'articolo 4 del Regolamento il Co.Re.Com competente per territorio è quello del “luogo in cui è ubicata la postazione fissa ad uso dell’utente finale ovvero, negli altri casi, il domicilio indicato al momento della conclusione dl contratto o, in mancanza, la residenza o la sede legale dell’utenza” (art. 4, comma 1)

Per evitare errori o contestazioni è importante, dunque, scegliere attentamente a quale organismo rivolgersi utilizzando come criterio generale appunto quello del luogo fisico dell'ubicazione della postazione telefonica ovvero, i criteri alternativi del domicilio del cliente al momento in cui il contratto è stato concluso (luogo che potrebbe essere poi successivamente variato) o la residenza o la sede legale dell'utenza.

Ciò premesso è opportuno sottolineare che la giurisprudenza ha recentemente affermato la non esclusività del Corecom quale organismo di conciliazione potendo il tentativo essere effettuato anche dinanzi ad altro organo, purchè lo stesso sia riconosciuto dall'art. 141 del Codice del Consumo.

Tra le altre tale principio è stato espresso dalla sentenza n. 1084/2011 del Tribunale di Grosseto la quale ha considerato valido un tentativo di conciliazione eseguito presso un altro organismo.

Ai sensi dell’articolo 13 del regolamento emanato dall’Agcom, infatti, in alternativa al Corecom il tentativo di conciliazione può essere validamente esperito dinanzi agli organismi paritetici creati dalle associazioni di consumatori, ovvero presso tutti gli enti di conciliazione riconosciuti dall’articolo 141 codice del consumo, tra i quali anche le Camere di Commercio.

Per ulteriori approfondimenti in materia è, comunque, possibile consultare la pagina del sito ufficiale dell'Agcom in materia di contenzioso.

Il termine per concludere l’eventuale conciliazione è di 30 giorni a decorrere dalla data in cui è stata proposta l’istanza e, decorso tale termine, le parti potranno rivolgersi al giudice competente (Giudice di Pace per le controversie fino a 5.000 euro, Tribunale per quelle di valore superiore).

E' bene, però, ricordare che qualora per la stessa controversia sia stato già stato concluso un tentativo di conciliazione davanti al medesimo Co.re.com., non è possibile proporlo nuovamente (come previsto dagli artt. 3 e 3bis).

Non ci soffermiamo sull'aspetto pratico delle modalità di compilazione della domanda, se non per ricordare che  l’istanza, a pena di inammissibilità, deve essere sottoscritta dall’utente (allegando copia di un documento di identità) o, per le persone giuridiche, dal rappresentante legale, ovvero da un rappresentante munito di procura speciale, conferita con atto pubblico o con scrittura privata autenticata.

Se la domanda risulta ammissibile (cioè se non vi sono vizi di forma) il Co.re.com. (ovvero l'altro organismo di conciliazione adito), entro 7 giorni lavorativi dal ricevimento della domanda, convoca entrambe le parti per l’udienza.

La parte che non ha proposto l’istanza (ed ossia quasi sempre la Compagnia telefonica) entro dieci giorni dal ricevimento dell’avviso di convocazione ha l’onere di comunicare al Co.re.com, con le modalità indicate nell’avviso medesimo, la propria volontà di partecipare alla procedura conciliativa.
 
Trascorsi i dieci giorni, in assenza di tale comunicazione o in caso di dichiarazione esplicita di non voler partecipare all’udienza di conciliazione (comunicazione che va inviata con almeno cinque giorni di anticipo rispetto alla data fissata per l’udienza) il tentativo di conciliazione si ritiene concluso.

Qualora invece ci sia accordo per partecipare all’udienza, secondo quanto prevede l’articolo 9 del Regolamento, le parti potranno intervenire personalmente (ovvero da rappresentanti delle associazioni dei consumatori o da procuratori come ad esempio avvocati opportunamente delegati).

All'esito dell'udienza si possono verificare tre ipotesi:

- conclusione negativa del tenativo per mancata comparizione di una delle parti;
- conclusione positiva del tentativo per un intervenuto accordo tra le parti che viene trasfuso in un verbale avente valore di titolo esecutivo;
- conclusione negativa totale (per mancato accordo tra le parti) o parziale (per accordo solo su alcuni punti della controversia).

In caso di esito negativo, totale o parziale, le parti congiuntamente, o anche il solo utente, entro 3 mesi possono chiedere al Co.re.com. o all’Agcom di definire la controversia ai sensi dell' art. 84 del Codice delle comunicazioni elettroniche sopra citato.

Tale richiesta non può più essere proposta dopo tre mesi o, se nel frattempo, è stata già adita l'Autorità Giudiziaria.

Contestualmente alla presentazione della detta domanda  l’utente può chiedere all’Agcom o ai Co.re.com. l'adozione di provvedimenti temporanei per garantire la prosecuzione del servizio o per far sospendere eventuali malfunzionamenti da parte dell'operatore sino al momento della definizione della controversia (art. 21 comma 1). Il relativo provvedimento, di natura temporanea, viene adottato entro dieci giorni.

Verificata l'ammissibilità dell'istanza l'Agcom invia una comunicazione alle parti nella quale concede dei termini entro i quali  depositare memorie e documentazione, integrare e replicare alle produzioni avversarie.

Il termine di conclusione del procedimento (che deve essere sempre indicato nella detta comunicazione) è pari a 180 giorni.

Terminata la fase istruttoria la documentazione viene trasmessa all’Organo collegiale che definisce la controversia tramite un atto vincolante notificato alle parti e pubblicato nel Bollettino ufficiale dell’Autorità (art. 19 commi 1 e 3). 

La mancata partecipazione di un soggetto alla procedura non può, comunque, essere mai interpretato come accettazione delle ragioni della controparte, né come rinuncia all’istanza e la controversia viene comunque definita sulla base della documentazione acquisita agli atti.

Il provvedimento finale dell’Autorità garante,  “può condannare l’operatore ad effettuare rimborsi di somme risultate non dovute o al pagamento di indennizzi nei casi previsti dal contratto, dalle carte dei servizi, nonché nei casi individuati dalle disposizioni normative o da delibere dell’Autorità” (art. 19, comma 4), facendo salva la possibilità per le parti di far valere in sede giurisdizionale il maggior danno.

Ai fini della quantificazione degli importi spettanti agli utenti il Regolamento dell’Agcom in materia di indennizzi, approvato con delibera n. 73/11/CONS del 16 febbraio 2011, ha individuato i criteri per il calcolo degli indennizzi applicabili automaticamente ed in maniera uniforme per tipologie di disservizi lamentati.

Naturalmente non sempre il tentativo di conciliazione va a buon fine, vuoi per la mancanza di volontà dell'operatore telefonico di pervenire ad un accordo ovvero per la proposizione di offerte di risarcimento ritenute insoddisfacenti dagli utenti e, dunque, in tal caso, unica strada per ottenere un provvedimento favorevole è rappresentata dall'introduzione di una vera e propria azione giudiziaria.

Al fine di orientarsi sui possibili esiti delle controversie riteniamo, pertanto, utile fornire una panoramica sulle questioni che più di frequente vengono trattate in sede giudiziaria ed i relativi orientamenti giurisprudenziali suddivisi per argomento.

- Competenza territoriale per l'introduzione delle controversie

In caso di utenza privata la competenza territoriale è quella del domicilio del consumatore, anche se la stessa è definita come utenza affari dall'operatore. Il criterio per distinguere le due tipologie è rappresentato dall'importo della tassa di concessione governativa (5,16 € per i privati e 12,91 € per i professionisti).

Si legga in proposito la sentenza del Giudice di Pace di Catanzaro n. 1560 del 21.10.2008 che afferma:

Il decidente Ufficio è competente ratione loci a conoscere del caso de quo in quanto il contratto di telefonia mobile è stato stipulato per uso privato e non per uso affari. In proposito v. art. 21 D.P.R. n° 641/1972 e Risoluzione n° 44/E del 12.02.2008 dell’Agenzia delle Entrate dai quali emergono due differenti scaglioni della tassa di concessione governativa: € 5,16 per utenza residenziale ed € 12,91 per utenza affari. Tra l’altro nel caso de quo, la Wind applica in bolletta il primo scaglione riconoscendo così un servizio di telefonia mobile per uso privato (v. in proposito fattura Wind n° 2008T000936442 del 17.07.2008 prodotta agli atti dall’attrice). Trova così qui albergo l’applicazione dell’art. 63 D. Lgs. n° 206/2005 c.d. Codice del Consumo e non la norma generale di cui all’art 19 c.p.c., per come, invece, sostenuto dalla Wind nella propria letteratura difensiva.

Diversamente, in caso di utente professionista non si applica tale principio, bensì quello previsto dall'art. 19 c.p.c. ed ossia la competenza si individua facendo riferimento al luogo  ove insiste la sede principale dell'attività.

Si legga in proposito Tribunale di Milano, sentenza , sezione Seconda, del 05.10.2011 che afferma il seguente principio:

Sulla controversia fra la compagnia telefonica e il professionista è competente il foro dove ha la sede centrale l’azienda. Non opera quello esclusivo del consumatore né rileva la presenza di filiali in altre province. Infatti in ordine ai criteri per l'individuazione del giudice territorialmente competente, nel caso in cui convenuta sia una persona giuridica e non si applica il foro esclusivo del consumatore, non ricorrendone i presupposti di legge, ricorrendo, nel caso di specie, la qualità di professionista in capo all'attrice ed avendo la stessa stipulato il contratto per la somministrazione di servizi di telecomunicazione per esigenze professionale avendolo stipulato per il proprio studio legale, diviene pienamente applicabile il foro generale di cui all'art. 19 del Codice di procedura civile.

- Credito residuo in caso di cambio operatore telefonico

In caso di cambio di operatore telefonico l'utente non perde il diritto alla restituzione del credito residuo presente sul suo numero e, pertanto, il relativo importo, non può essere trattenuto dal vecchio fornitore dei servizi.

Tale principio, tra le altre è sancito nella sentenza resa dal Consiglio di Stato, Sezione 3, del 5 aprile 2011, n. 2122 di cui riportiamo, di seguito la massima:

L'obbligo di restituzione del credito residuo da parte delle compagnie telefoniche deve ritenersi un'implicita modalità attuativa di quanto disposto dai commi 1 e 3 dell'art. 1 del D.L. n. 7 del 2007, convertito nella L. n. 40 del 2007. Ed infatti, dal primo comma dell'art. 1, nella parte in cui prevede che nei contratti di telefonia, di reti televisive e di comunicazioni elettroniche è vietata la previsione di limiti temporali massimi di utilizzo del traffico telefonico o del servizio acquistato, si desume il principio della conservazione del credito acquistato dall'utente il quale può, quindi, sempre disporne, sia che receda sia che aderisca alle offerte di un operatore concorrente, con la conseguenza che il diritto degli utenti alla sopravvivenza del credito residuo è riconosciuto anche nell'eventuale scioglimento del rapporto contrattuale. La norma di cui al successivo comma 3 dell'art. 1 poi, nel sancire la facoltà di recesso e di trasferimento delle utenze in assenza di vincoli temporali o ritardi non giustificati, nonché senza spese non giustificate da costi dell'operatore, ulteriormente conferma la sopravvivenza del credito residuo rispetto allo scioglimento del rapporto contrattuale con il singolo operatore e determina il diritto alla sua restituzione per l'utente che recede, oltre che alla sua portabilità nel caso di trasferimento dell'utenza. Di talché, sebbene l'obbligo di restituzione non sia espressamente previsto dal citato art. 1, esso discende comunque direttamente dal divieto legislativamente imposto agli operatori, dal comma 1 dell'art. 1, di prefissare unilateralmente limiti temporali massimi all'utilizzo del traffico telefonico o del servizio acquistato, atteso che la ratio dalla succitata norma sarebbe frustrata se, al suddetto obbligo, non si accompagnasse quello di restituire all'utente o di trasferire al nuovo operatore il credito residuo. 
Del resto, la sopravvivenza del diritto dell'operatore a conservare gli importi residui verrebbe anche ad ostacolare la realizzazione di una concorrenza effettiva sul mercato di riferimento, creando degli ostacoli alle scelte degli utenti che, laddove sapessero di non poter recuperare la parte di traffico non consumato, difficilmente abbandonerebbero l'operatore con cui hanno stipulato il contratto di ricarica per passare ad altro operatore che propone sul mercato offerte più convenienti.

- Disservizi nella fornitura telefonica e risarcimento del danno

Qualora l'operatore telefonico eroghi male il proprio servizio, oltre al danno materiale, può essere riconosciuto all'utente un danno esistenziale determinato dalla limitazione delle sue normali attività.

A tale proposito segnaliamo Tribunale di Roma, Sezione 10, sentenza 22 settembre 2010, n. 18741 che afferma quanto segue:

Per danno esistenziale si deve intendere una perdita di benessere, un cambiamento in senso peggiorativo delle proprie abitudini di vita o dei propri rapporti interpersonali in quanto provoca una perdita o una limitazione delle normali attività con cui si realizza la persona umana. Tale danno è senza dubbio configurabile in ipotesi di ritardata attivazione del servizio telefonico che è un inadempimento contrattuale in cui il danno esistenziale che ne deriva consiste non solo nell'impossibilità di disporre subito del servizio, ma anche nei disagi che l'utente deve affrontare sia per provvedere diversamente sia per sollecitare la società ad adempiere.

In caso di interruzione del servizio da parte delle compagnie spetta a queste ultime l'onere della prova che ciò sia avvenuto per un causa a loro non imputabile e, in mancanza, il cliente ha diritto al risarcimento di un danno proporzionale alla durata dell'interruzione del servizio.

Così ha statuito il Giudice di Pace di Milano, Sezione 3  con sentenza 20 febbraio 2010, n. 3580:

Il contratto di utenza telefonica ha la natura di un contratto di somministrazione continuata e la società fornitrice è tenuta, secondo buona fede, all'esecuzione del rapporto. Tuttavia, nel caso in cui l'utente lamenti la interruzione del servizio la compagnia somministrante è tenuta a fornire la prova che l'interruzione del servizio è dipesa solo da una causa a sé non imputabile. In difetto di tale prova l'inesatto adempimento del contratto di somministrazione espone la società fornitrice a responsabilità e la obbliga a risarcire i danni cagionati all''utente. La liquidazione dei danni, nel caso di specie, tiene conto della impossibilità per l'utente di attendere alle normale occupazioni giornaliere e della durata del disagio.

Il danno esistenziale è stato riconosciuto in favore dell'utente anche in caso di ritardata attivazione del servizio di telefonia. Tra le varie pronunce segnaliamo Giudice di Pace di Pozzuoli, sentenza 21 luglio 2004 che afferma:

In caso di ritardata attivazione della linea telefonica da parte della Telecom all'utente compete il pagamento dell'indennizzo contrattualmente previsto per ogni giorno di ritardo nella prestazione del servizio. Non compete invece il risarcimento del danno esistenziale per il disagio causato dal disservizio. La funzione riparatoria del danno esistenziale infatti, si ha soltanto nei casi in cui si verta in tema di diritti costituzionalmente garantiti o in presenza di beni che ricevano una specifica protezione costituzionale. Il danno esistenziale si riferisce a “sconvolgimenti” delle abitudini di vita e delle relazioni interpersonali provocate da fatto illecito e si traduce in «cambiamenti peggiorativi permanenti, anche se non sempre definitivi» delle stesse e, va provato nei suoi stessi presupposti.

- Attivazione di servizi non richiesti

Non è infrequente che gli utenti si trovino attivati sulla propria linea servizi non richiesti. Ciò è evidentemente in contrasto con quanto previsto dall'art. 57 del Decreto Legislativo n. 206 del 2005 (Codice del Consumo), secondo il quale il consumatore non è tenuto a nessuna prestazione corrispettiva in caso di fornitura non richiesta e che, in ogni caso, l'assenza di risposta ad un'offerta da parte del consumatore non implica mai il suo consenso.

Naturalmente anche in questi casi si configura un danno contrattuale e, ove dimostrato un danno esitenziale. Sul punto si è già formata giurisprudenza, soprattutto dei Giudici di Pace. 

Tra le sentenze segnaliamo Giudice di Pace di Senigallia, sentenza n. 281 del 2009 che afferma:

In conclusione, dall'esame della docuemntazione in atti e dall'istruttoria, è emerso che la W.T. S.p.A., gestendo i dati personali dell'attore, senza alcuna sua autorizzazione, ha attivato un contratto a nome del M.P. Senza che il medesimo avesse sottoscritto alcunchè con la stessa e, cosa ancor più grave, si è spinta sino al distacco materiale della linea telefonica domestica dell'attore.
Sul risarcimento del danno patrimoniale subito, l'attore si è dovuto presentare davanti al CO.RE.COM. delle Marche sostenendo delle spese che non avrebbe effettuato se la controparte si fosse comportata linearmente e, pertanto, per la documentazione presentata, appare giustificata la pretesa di € 530,00.
Sul risarcimento del danno non patrimoniale, per quanto emerso in istruttoria, tenuto conto delle circostanze negative vissute dall'attore nel periodo di disattivazione immotivata delle linea telefonica, si deve ritenere che sussistano le condizioni di risarcibilità di cui all'art. 15 co. 2° D.Lgs. n. 196/03, che espressamente prevede il danno non patrimoniale in caso di violazione delle norme che tutelano la raccolta ed il trattamento dei dati personali. Tale danno, considerato che per ben 39 giorni l'attore è stato privato abusivamente della linea telefonica ed internet nella propria abitazione, e considerato che la convenuta ha violato i diritti dell'attore alla propria privacy appare equo e giusto quantificarlo nella misura di € 1.000,00.

e Giudice di Pace di Pozzuoli, sentenza del 15.06.2011 nella quale si legge:

L’attore ha provato documentalmente la fondatezza della domanda. Si evince, infatti, dagli originali delle fatture depositate che, sulla sua utenza telefonica è stato attivato il servizio “Alice Day” con relativo addebito del costo.
A fronte di ciò, la convenuta Spa Telecom Italia si è limitata alla sola domanda riconvenzionale della richiesta di restituzione dell’apparecchio; non ha provato, né documentalmente, né con riproduzione fonica che l’attore abbia sottoscritto o richiesto il servizio “Alice Day”.
Anzi, al contrario, la stessa Spa Telecom Italia ha riconosciuto l’errore commesso ed ha invitato l’utente alla restituzione dell’apparecchio (confr. Lettera Telecom Italia del 13/11/09 – prot. n.C4845976 in atti attore).
Va, pertanto, dichiarata l’inesistenza del contratto tra l’attore Buongiorno Mario e la convenuta Spa Telecom Italia, relativamente al “contratto Alice Day”. 
In conseguenza, la domanda proposta dall’attore va accolta e la Spa Telecom Italia va condannata alla restituzione della somma di € 30,88, indebitamente percepita. Su detta somma sono dovuti gli interessi legali dalla domanda fino all’effettivo soddisfo.

- Fatture contenenti addebiti illegittimi

altro problema non infrequente è costituito dalla presenza in bolletta di addebiti indesiderati. Tali addebiti possono essere provocati da varie cause tra cui la presenza di "dialers" (ovvero programmi che si installano sui computer all'insaputa dell'utente e fanno partire costose chiamate a numeri speciali) ovvero dal malfunzionamento dei sistemi di rilevazione del traffico.

Sebbene in materia vi sia una presunzione di buon funzionamento di tali sistemi spetta, dunque, all'utente la prova del contrario. 
Tale principio è stato affermato anche dalla Corte di Cassazione (Cass., Sez III, 28/01/2003 n. 1236) la quale ha precisato che l’utente è comunque ammesso a provare che non gli sono addebitati gli scatti risultanti dalla corretta lettura del contatore funzionante. 

In tal caso però l'utente dovrà dimostrare che nel periodo ai quali gli addebiti si riferiscono un terzo, a sua insaputa abbia utilizzato la linea producendo traffico indesiderato.

A mitigare tale principio la  giurisprudenza ha comunque, affermato che tra gli obblighi del fornitore del servizio telefonico, oltre alla fornitura del servizio stesso, via sia anche un autonomo dovere di garanzia della sicurezza delle linee in riferimento a possibili intrusioni da parte di terzi. 

In virtù di tale orientamento  l’addebito dei costi all'utente è assolutamente illecito e l’abbonato avrà diritto alla ripetizione dell’indebito versato in favore del proprio gestore di servizio telefonico che non lo ha adeguatamente tutelato.

Tra queste segnaliamo: Giudice di Pace di Foggia, sent. 17 giugno 2004; Tribunale La Spezia, 23 settembre 2004; Giudice di Pace di Corigliano Calabro, 31 ottobre 2006.

- L'addebito delle spese di spedizione della bolletta telefonica

Un'altra questione piuttosto frequente è rappresentata dall'addebito delle spese di spedizione del conto telefonico regolarmente praticata dai fornitori dei servizi.

Su tale punto la giurisprudenza di merito è abbastanza conforme ritenendo tale pratica illegittima.

Tra le altre sentenze segnaliamo Giudice di Pace di Cosenza, sentenza 21 aprile 2004 ove si legge: 
E’ illegittimo pretendere dall’abbonato il pagamento delle spese postali di spedizione della bolletta telefonica stante la contrarietà della relativa clausola contenuta nelle condizioni generali di contratto all’art. 21, comma 8, del DPR 633/1972 in materia di Iva. L’indebito arricchimento ottenuto dal gestore comporta il diritto del consumatore ad ottenere la ripetizione di quanto pagato oltre al risarcimento del danno conseguente alla lesione dell’obbligo di correttezza nell’adempimento ex art. 1175 c.c. e dei principi posti dalla Legge 281/1998.

e Giudice di Pace di Bologna, sentenza 6 gennaio 2003 che afferma: Addebitare all’utente le spese di spedizione postale della fattura è condotta che viola quanto disposto dall’art. 21, c. 8, DPR 633/72, con conseguente diritto del consumatore alla restituzione di quanto versato. La circostanza che l’addebito sia richiesto in violazione di una norma di legge rende irrilevante al fine del decidere ogni giudizio in merito alla presunta vessatorietà dell’art. 30 del regolamento approvato con D.M. 8.5.97 n.197.

Segnaliamo, però, che la Corte di Cassazione, in più occasioni, ha invece ritenuto legittima tale pratica nel caso in cui il cliente richieda come forma di invio del conto telefonico la spedizione per posta ordinaria e non con altre forme (es: e-mail).

Tra le altre si legga Cass. Civ. sez. III n. 3532/2009 che afferma: Per converso, le norme che nella legge iva determinano la base imponibile e le esclusioni del computo della base imponibile permettono di ritenere che, se le parti prevedono come forma di consegna della fattura la sua spedizione ed il costo ne è anticipato da chi la emette, il relativo rimborso non fa parte della base imponibile (art. 15 n. 3 della legge iva).  A questo riguardo, si deve considerare che, in rapporto all'art. 1182 cod. civ., l'obbligazione di pagamento del costo del servizio telefonico va adempiuta al domicilio del creditore né importa che non sia già conosciuta dal debitore, bastando ai fini della applicazione del terzo comma dell'art. 1182 cod. civ. che la somma dovuta alla scadenza sia determinabile in base ai criteri stabiliti nel contratto. E perciò se le parti si accordano invece nel senso che il pagamento possa essere fatto dall'utente dietro ricevimento della-fattura che a spese dell'utente e mediante spedizione per posta'' gli è inviata dal gestore, questa spesa che per contratto deve essere sopportata dall'utente è anticipata dal gestore e così rientra tra quelle cui si applica l'art. 15 n. 3 della legge iva.