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Il "diritto di visita" dei nonni ai nipoti con genitori separati

pubblicato 27 set 2011, 07:57 da Emilio Curci   [ aggiornato in data 24 mag 2012, 10:37 ]

Il presente intervento cerca di affrontare in maniera sistematica il controverso tema del diritto di frequentazione dei nipoti da parte dei nonni, soprattutto inipotesi come quelle in cuisiano in corso procedimenti di separazione tra i genitori, prendendo spunto da un recente provvedimento reso dal Tribunale per i minorenni di Bari.La vicenda in esame riguarda un’azione introdotta dinanzi al Tribunale per i minorenni di Bari da due nonni al fine di richiedere all’autorità giudiziaria minorile un provvedimento che consentisse loro la frequentazione dei nipoti, stante l’atteggiamento ostile dei genitori e l’impossibilità di pronunciarsi sul punto da parte del giudice della separazione in corso tra i coniugi.

Poiché sul punto si è soffermata spesso la giurisprudenza è opportuno esaminare, almeno sommariamente, la sua evoluzione, considerando, sia il periodo antecedente che quellosuccessivo alla riforma introdotta dalla legge n. 54/06 che, tra gli altri, ha modificato anche l’art. 155 del Codice Civile sancendo espressamente il diritto del figlio minore a conservare rapporti significativi “con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale, anche in caso di separazione dei genitori”
Il problema, infatti, si era posto anche prima della citata riforma, dal momento che, pur in mancanza di un’espressa previsione normativa, ci si chiedeva se fosse, comunque, configurabile e tutelabile l’interesse dei parenti prossimi alla frequentazione dei minori.

In questo percorso giurisprudenziale si segnalano alcune interessanti pronunce tra cui:

Cassazione 24.2.1981, n. 1115 la quale afferma che: “il genitore, nel corretto esercizio della potestà sul figlio minore, non può, senza plausibile ragione in relazione al preminente interesse del minore medesimo, vietargli ogni rapporto con i parenti più stretti, quali i nonni, tenuto conto del potenziale danno a lui derivante dall’ostacolo a relazioni affettive che sono conformi ai principi etici del nostro ordinamento, ove mantenute in termini di frequenza e di durata tali da non compromettere la funzione educativa spettante al genitore stesso” e, pertanto, giunge a considerare che, a fronte di un siffatto comportamento, ai nonni “deve riconoscersi la facoltà di ricorrere al giudice, ai sensi degli artt. 333 e 336 c.c., per conseguire un provvedimento che assicuri loro un rapporto con il nipote, sia pure nei limiti sopra specificati e sempre che non vengano dedotte e provate serie circostanze che sconsiglino il rapporto medesimo”.

Cass., 25.9.1998, n. 9606 dalla quale emerge il principio per cui “la mancanza di un’espressa previsione di legge non è sufficiente a precludere, al giudice, di riconoscere e regolamentare le facoltà di incontro e frequentazione dei nonni con i minori, né a conferire a tale possibilità carattere solo “residuale” presupponente il ricorso di gravissimi motivi”.

Trib. Reggio Emilia Sez. I Dec., 17 maggio 2007 che afferma: “Il giudice anche d’ufficio, avuto riguardo all’esclusivo interesse del minore, può disciplinare i rapporti tra nipoti ed avi, disponendo che il minore possa trascorrere una parte del tempo anche presso i nonni materni o paterni. Il comma 1 dell’art. 155 c.c. attribuisce solo al minore il diritto di conservare rapporti significativi con i prossimi congiunti (ascendenti e parenti di ciascun ramo genitoriale), mentre questi ultimi hanno solo un interesse a che le condizioni di separazione vengano fissate (consensualmente o giudizialmente) in modo tale da consentire loro di avere rapporti personali con la prole dei coniugi separandi”.

Dunque, già prima della riforma del 2006 la giurisprudenza era giunta ad affermare che, pur in assenza di disposizioni di legge, non si poteva ritenere preclusa la possibilità per il giudice adito (Tribunale per i minorenni o Tribunale ordinario, in caso di separazione) di riconoscere e regolare i rapporti tra i nonni e i minori.

Tanto era giustificato dal fatto che non sembrava possibile lasciare privi di tutela vincoli parentali derivanti dalla tradizione familiare italiana trovando, essa riconoscimento anche nella Carta Costituzionale all’art. 29.

Tali provvedimenti “regolamentativi” dei rapporti, dovevano essere, in ogni caso, sempre essere ispirati all’esclusivo interesse del minore ad intrattenere significative relazioni con i propri ascendenti, onde consentire un armonico sviluppo della sua personalità con la conseguenza che un corretto esercizio della potestà da parte dei genitori, dunque, non poteva prescindere dal garantire anche la stabilità delle relazioni anche con gli ascendenti stessi.

In realtà, però, la giurisprudenza sopra citata non aveva mai considerato il diritto di visita, come un diritto autonomamente azionabile dai nonni, quanto piuttosto, all’inverso un diritto dei nipoti a frequentare gli ascendenti e ad ottenere una regolamentazione di tali rapporti solo nell’interesse di questi ultimi.

Il quadro sopra esposto non sembra mutare anche dopo la riforma della l. 54/06, nonostante quest’ultima attraverso le modifiche all’art. 155 c.c. abbia, come detto, espressamente tutelato il diritto del figlio minorenne ad intrattenere rapporti con gli ascendenti.

In sostanza la giurisprudenza negava e di fatto ha continuato a negare l'esistenza di un vero e proprio “diritto di visita dei nonni”, preferendo qualificare l’interesse di questi come un interesse legittimo di diritto privato, meritevole di protezione solo in via riflessa.

Altre pronunce, seppur minoritarie, hanno qualificato la posizione giuridica dei nonni come un diritto soggettivo “condizionato” e cioè azionabile soltanto in presenza di un prevalente interesse del minore.

Come detto, però la giurisprudenza prevalente, sia di merito che di legittimità tende a negare l’azionabilità diretta da parte degli ascendenti nei confronti dei genitori.

Nella medesima direzione si esprime l’ordinanza del Tribunale di Napoli del 1° febbraio 2007 la quale enuncia, con estrema chiarezza, il principio per cui: “in materia di affidamento dei minori, la norma che garantisce al minore la conservazione di rapporti significativi con gli ascendenti, non riconosce in capo gli ascendenti medesimi un diritto azionabile nei confronti dei genitori”.

La citata ordinanza chiarisce, altresì, che anche il riformato art. 155 non sembra riconoscere tale diritto espressamente in favore degli ascendenti, quanto piuttosto contiene il riconoscimento, in capo al minore, di un nucleo di diritti indispensabili ed insopprimibili per una crescita piena ed equilibrata, a prescindere dallo specifico contesto di una crisi coniugale.

Ne consegue, dunque, che, in questo quadro, i nonni, non potendosi rivolgere direttamente al giudice della separazione, hanno come unico mezzo per tutelare il loro “diritto di visita” ai nipoti, quello di ricorrere ai sensi dell’art. 333 c.c. al Tribunale per i minorenni.

Attraverso tale strumento, dunque, nelle ipotesi in cui i genitori impediscano loro di vedere i nipoti, i nonni potranno richiedere al Tribunale per i minorenni di effettuare una verifica sul corretto esercizio della potestà da parte dei genitori e conseguentemente di adottare gli opportuni provvedimenti al fine di garantire l’adempimento da parte dei genitori stessi dei loro obblighi tra cui quelli di garantire una frequentazione con gli ascendenti.

In tale contesto si inserisce l’annotato provvedimento che prova a fornire una lettura “autentica” dell’art. 155 primo comma c.c. chiarendo innanzitutto come “il titolare dell’interesse giuridicamente protetto sia solo il minore e non l’ascendente e il parente”.

L’emento rilevante, in casi come quelli in esame, non è, pertanto, l’interesse dei nonni a frequentare i nipoti, quanto piuttosto l’eventuale condotta genitoriale pregiudizievole ai sensi dell’art. 333 del Codice Civile che impedisca loro di frequentarli.

Come detto, dunque, i nonni potranno far valere in sede giudiziale il loro “diritto” (o meglio interesse) di frequentazione soltanto nell’ambito di tale pregiudizio risultando, comunque e sempre precluso un loro possibile intervento nel giudizio di separazione.

In tal caso, quando il Tribunale per i minorenni ravveda la sussistenza di un pregiudizio nella mancata frequentazione dei nonni da parte dei minori, prosegue il provvedimento in esame, dovrà emettere i provvedimenti di cui agli artt. 333 c.c. finalizzati appunto a consentire ai nonni di incontrare il nipote, nei casi in cui i genitori impediscano tali incontri.

Dopo tali considerazioni la sentenza in esame conclude però con un’interessante affermazione aggiungendo che “A tal riguardo, sebbene un provvedimento giurisdizionale «innominato» non possa imporre la serenità dei rapporti del minore con i propri parenti, è pur sempre compito del giudice minorile intervenire al fine di garantire, nell'interesse del minore, serenità ed equilibrio in occasione del normale svolgimento dei suddetti rapporti”.

Tale inciso appare di non poco conto, atteso che, dallo stesso, emerge il principio che, pur non potendo il normale svolgimento dei rapporti familiari essere imposto da un qualsiasi provvedimento giudiziario, il Tribunale per i minorenni (e il procedimento attraverso esso attivabile) diventa un reale strumento di tutela dei diritti del minore ad un corretto e armonico sviluppo della sua personalità che necessariamente (o quantomeno per la nostra tradizione culturale) passa anche attraverso un sereno rapporto con tutti i familiari, tra cui naturalmente gli ascendenti.

Dunque, il provvedimento barese, pur confermando il prevalente orientamento giurisprudenziale tendente a negare un vero e proprio diritto soggettivo dei nonni azionabile in via autonoma e, meno che mai, in sede di separazione, esprime con chiarezza il principio che, costituendo un elemento essenziale per la corretta crescita del minore il “normale svolgimento” dei rapporti con i parenti, quest’ultimo è espressamente meritevole di tutela che può essere efficacemente realizzata proprio attraverso il ricorso giudice minorile, organo deputato a garantire l’interesse del minore stesso.

Dunque, quando lo svolgimento dei rapporti con i parenti, perde le sue caratteristiche di “normalità”, (elemento essenziale per la serenità dei minori) perchè impedito dai genitori, la condotta di questi ultimi potrà essere considerata pregiudizievole per i minori stessi, aprendosi, così, anche su istanza dei parenti, una possibilità di verifica dinanzi al Tribunale per i minorenni sul corretto esercizio della potestà da parte dei genitori.

In conclusione, pertanto, in una corretta ed equilibrata visione degli interessi in gioco, è possibile affermare che i genitori, nel corretto esercizio della loro potestà (anche e soprattutto in caso di separazione tra i coniugi), non possano esimersi dal considerare la necessità di un rapporto tra il minore e gli ascendenti e, quando ciò avvenga, questi ultimi potranno sempre far valutare la non correttezza di tale comportamento dinanzi al Tribunale per i minorenni organo espressamente deputato alla loro tutela.

Si riportano di seguito la massima ed i relativi riferimenti:

Tribunale per i Minorenni di Bari - sentenza del 29.06.2011.

“L'art. 155, primo comma, c.c., come novellato dalla l. n. 54/2006, stabilisce che il titolare dell'interesse giuridicamente protetto è solo il minore e non l'ascendente od il parente. Pertanto, i soggetti interessati, qualora ricorrano gli estremi di una condotta genitoriale pregiudizievole ex art. 333 c.c. per l'assenza di contatti tra nonni e nipote, possono chiedere al competente tribunale per i minorenni l’adozione dei provvedimenti convenienti nell'interesse della prole minorenne, ai sensi del combinato disposto degli artt. 336 c.c. e 38, primo comma, disp. att. c.c., fermo restando la loro mancanza di legittimazione ad intervenire nel giudizio di separazione personale dei coniugi. Tale principio è volto a riconoscere ai nonni la legittimazione ad adire il giudice minorile per ottenere un provvedimento ai sensi dell'art. 333 c.c., che consenta loro di incontrare il nipote, nel caso in cui sia ai medesimi impedita dai genitori la relativa frequentazione. A tal riguardo, sebbene un provvedimento giurisdizionale «innominato» non possa imporre la serenità dei rapporti del minore con i propri parenti, è pur sempre compito del giudice minorile intervenire al fine di garantire, nell'interesse del minore, serenità ed equilibrio in occasione del normale svolgimento dei suddetti rapporti”.
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